L'alga di mare è la materia prima per il biocarburante del futuro? La risposta è sì, se si riesce a trasformarla in combustibile a costi contenuti. L'economicità del materiale è chiara: le alghe marine non si mangiano, non occupano campi coltivati e non hanno bisogno di acqua dolce. Il problema è che il processo di trasformazione non è ancora abbastanza economico. A proporre un metodo conveniente di produzione è un team di ricercatori del Bio Architecture Lab (Bal) a Berkeley. Questo laboratorio ha generato un batterio di Escherichia Coli geneticamente modificato, in grado di digerire le macroalghe marroni (quelle di mare) trasformandole in zuccheri semplici. Con un'elevata resa.
Il risultato di questa ricerca è stato pubblicato su Science e la rivista scientifica ha ritenuto lo studio così importante da dedicargli la copertina (immagine). Mentre l'Arpa-E americana (che si occupa di ricerca energetica, non di protezione ambientale, come l'Arpa italiana) ha conferito al Bal un premio «per lo sviluppo della tecnologia che consente di produrre biobutanolo dalle alghe».
Il processo di trasformazione non è per nulla scontato. Lo scoglio? E' dovuto al fatto che lo zucchero delle alghe è in gran parte rivestito da alginato, un carboidrato non facilmente metabolizzabile dai microbi. «Circa il 60% della biomassa secca di alghe è costituita da carboidrati fermentabili - spiega Daniel Trunfio, a capo del laboratorio - e la metà di questo 60% è bloccato in un carboidrato: l'alginato». Ma pare che i batteri E. Coli con Dna modificato non abbiano questo problema: possono attaccare l'alginato. E non è tutto. I batteri ingegnerizzati, dopo aver scomposto gli zuccheri, li metabolizzano e li trasformano in etanolo. Insomma, fanno tutto da soli, senza intermediari.
Questo non è l'unico metodo per produrre biocarburante da alghe. Esistono già stabilimenti industriali in grado di mettere sul mercato i "barili verdi" da alghe, come quello della Bio Fuel Systems (BFS) di Alicante, in Spagna. Certo, di alghe marine non ce ne sono tantissime sui fondali costieri. Bisognerebbe coltivarle. E poi, c'è da capire se il processo a livello industriale mantiene la promessa. Quale? Di essere davvero a basso prezzo. In modo da poter dire addio alle lobby del petrolio.
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Commenti
Leux 20/gen/2012 08:15:34
Paola Caruso 20/gen/2012 15:12:33
francesco furchi torino 15/feb/2012 14:57:13
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